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LA DIPENDENZA DA LAVORO

WORK ADDICTION



Nella società dei consumi si è spinti a lavorare molto per potersi permettere un tenore di vita adeguato e l’individuo viene sempre più definito per quello che fa, più che in base a ciò che è. Il fare e il lavoro divengono parte integrante della nostra identità e meccanismi di approvazione sociale. Leth (1995) riassume così il dilemma dell’impiegato: “Per avere un buon tenore di vita bisogna guadagnare un buon salario. Per guadagnare un buon salario non puoi avere una vita”.

Nella letteratura internazionale la dipendenza da lavoro viene definita come “un  disturbo ossessivo-compulsivo”, che si manifesta attraverso richieste auto-imposte, un’incapacità a regolare le proprie abitudini lavorative fino all’esclusione delle altre principali attività della vita (Robinson, 1998). Secondo la definizione di Oates (1971), il “workaholic è una persona il cui bisogno di lavorare è talmente eccessivo da creare notevoli disagi e interferenze nello stato di salute, nella felicità personale, nelle relazioni personali e nel suo funzionamento sociale”. In questo caso, tutto il soggetto cerca di alleviare sentimenti di ansia, vuoto e bassa autostima dedicando tutto il suo tempo ed energie alla sfera lavorativa. Da qui la sensazione di “valere molto” derivante dal “fare molto”.

L’etica del lavoro incoraggia tale fenomeno, che dai dati delle statistiche sembra in evidente progressione, nonostante non sia ancora riconosciuto pienamente a livello sociale. Il comportamento del dipendente da lavoro non sembra essere portatore di un disagio o di una patologia, anzi viene ricompensato con prestigio, successo, denaro e potere.
La dipendenza da lavoro viene accettata e promossa in quanto socialmente produttiva.

Il work addict ha perso il controllo sulla sua attività lavorativa, non riesce a darsi delle regole, ad accettare dei limiti, ma spinge il livello sempre più in alto, convinto di poter fare sempre di più. Si porta il lavoro a letto, in vacanza, non riesce a stare senza il lavoro. Secondo lo psicologo Martin Helldorfer, l’ossessione da lavoro diventa una trappola nel momento in cui tramuta qualsiasi attività in lavoro, anche il gioco e il relax. Il segnale di “work fixation” è l’essere sempre e ovunque orientati verso una meta. È l’essere convinti che il solo modo di affrontare la vita è lavorando di più e più duramente. Il lavoro diventa progressivamente l’unico serbatoio di identità (Fassel, 1990). La crescente letteratura scientifica tende sempre più a considerare la workaholism come vera e propria dipendenza (addiction).


Robinson ha individuato alcuni criteri di riconoscimento del work addict:

  • Andare sempre di corsa ed essere superoccupati
  • Giocare al gioco del controllo: si tende a verificare se ogni attività è svolta correttamente.
  • Niente è mai perfetto
  • Le relazioni crollano in nome del lavoro: il lavoro diventa più importante della famiglia e delle relazioni
  • Irrequietezza: il lavoro svolto da uno stato di sollievo, in sua assenza subentra uno stato di astinenza come nelle altre dipendenze.
  • Manifestazione di trance da lavoro e DWW (driving while working): vuoti di memoria e periodi di assenza anche durante le conversazioni con gli altri. Pensiero fisso e ossessivo nei riguardi del lavoro.
  • Impazienza e irritabilità
  • Tolleranza: bisogno progressivo di fare sempre di più per ottenere la stessa eccitazione e per sentirsi più apprezzati
  • Mancanza di tempo per la cura personale: si saltano i pasti, si perde il sonno, i divertimenti e l’esercizio fisico.


Lo psichiatra americano Rohrlich ha individuato cinque profili psicodinamici del work addict:

  • Il lavoratore iperambizioso: lotta spietatamente per avere la promozione e imporre i suoi progetti
  • Il lavoratore competitivo: cerca di raggiungere la supremazia sugli altri attraverso il buon rendimento e gli sforzi
  • Il lavoratore colpevolizzato: percepisce il sovraccarico del lavoro come una gratifica che attenua il ricordo di esperienze negative
  • Il lavoratore insicuro: cerca nell’approvazione dei capi il modo per aumentare il proprio livello di autostima
  • Dal punto di vista cognitivo il workaholic tende ad avere delle distorsioni o credenze limitanti e assolute, che si sono stabilizzate nel tempo in seguito alla sua condotta di vita:
    • Pensiero del tutto-o-niente: o sono il migliore o sono il peggiore
    • Pessimismo: la mia vita è caotica e stressante, ma questo è l’unico modo possibile di vivere
    • Senso di inefficacia: non posso fare niente per cambiare il mio stile di vita
    • Esternalizzazione: la felicità può essere trovata nel mondo esteriore


Secondo le analisi di Guerreschi, sembra possibile una predisposizione alla dipendenza da lavoro, che viene agevolata da un modello educativo nel quale l’amore dei genitori doveva essere guadagnato a fronte di prestazioni e buoni rendimenti del bambino. Molti work addicts hanno un basso livello di autostima e dubitano di se stessi, secondo questa interpretazione le prestazioni lavorative potrebbero essere un tentativo inconscio del soggetto di ottenere l’approvazione dei genitori. Oppure, si tratta di persone che provengono da famiglie in cui il lavoro aveva la precedenza su qualsiasi altra cosa, o nelle quali il padre aveva, in passato, causato una rovina finanziaria. In quest’ultimo caso, il workaholic lavora duramente e in modo ossessivo per allontanare la prospettiva di un eventuale disastro economico. I dipendenti da lavoro tendono anche ad imitare e idealizzare il genitore, che si è messo in luce per la propria bravura e capacità professionale.

Il rischio maggiore di finire nella dipendenza da lavoro riguarda più i liberi professionisti, piuttosto che i lavoratori dipendenti. Si può venire intrappolati dal proprio successo, che assorbe la persone in un circolo continuo di richieste, prestazioni e livelli di difficoltà sempre più elevati per poter dimostrare a se stessi, ma soprattutto agli altri, la propria bravura e competenza.

La work addiction può essere anche un tentativo di evasione da un disagio relazionale, familiare o da un senso di vuoto interiore. Il lavoro, in questi casi, diventa come una droga che aiuta a non pensare alle nostre problematiche esistenziali e familiari. Una droga facilmente fruibile, che fa guadagnare ed ottenere un consenso a livello sociale. Nella nostra società, il comportamento del lavoratore dipendente viene infatti premiato, in quanto produttivo, ma si corre il rischio di idealizzare troppo il lavoro a scapito delle altre componenti della vita sociale e relazionale connesse al tempo libero ed al relax, che vengono sempre più viste come un impedimento.



Centro Hikikomori - Milano - Settembre 2012